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Disuguaglianza precoce

Bambini eroi e bambine fashion

Anche il mondo dei giocattoli è dominato da stereotipi e apartheid di genere

di

Veronica Galster

Arriva il Natale e da mesi oramai la grande distribuzione ha esposto in maniera furba i vari giocattoli per attirare i piccoli clienti. Guardando questi “blocchi” in bella mostra nel mezzo dei corridoi dei grandi magazzini, saltano subito all’occhio due colori dominanti: rosa e azzurro. Non che gli altri colori non ci siano, ma i blocchi sembrano divisi cromaticamente tra questi due, quasi a suggerire una divisione tra “giochi da femmina” e “giochi da maschio”… non sarà davvero così?

 

La separazione tra giocattoli rosa e blu nei negozi è piuttosto recente, così come la loro “genderizzazione”, cioè lo stabilire in modo netto, con la confezione e il prodotto stesso, se è rivolto ai maschi o alle femmine. Negli anni ’70 questa divisione non c’era e anche la pubblicità mostrava bambini e bambine giocare con una gran varietà di giocattoli in allegre colorazioni dal rosso, al giallo al verde. A partire dagli anni ’80-90 c’è invece stato un cambiamento con un netto ritorno ai generi, una sorta di attacco alla cultura femminista per rimettere ognuno (soprattutto le femmine) al proprio posto. Quindi ecco che il marketing ha iniziato a seguire questa strada categorizzando come “da maschio” o “da femmina” il mondo ludico. Persino la Lego, che ai suoi esordi era assolutamente neutrale da questo punto di vista, e anzi, esortava i genitori a lasciare che figli e figlie esprimessero in totale libertà la propria creatività con i mattoncini colorati, ha iniziato a produrre la linea “Lego friends”, destinata alle bambine. Oggi accade spesso che anche se il giocattolo non è di per sé per soli maschi o per sole femmine, lo è invece la sua rappresentazione.


Ma quali sono in sostanza le caratteristiche che differenziano il mondo dei giocattoli “da femmina” da quello dei giocattoli “da maschio”? Sfogliando i principali cataloghi online emerge un netto divario tra questi due “mondi”(anche se le cose cominciano a cambiare) veicolato sia dalla rappresentazione grafica che lessicale dei giocattoli. In quelli pensati per le bambine prevalgono gli ambiti della moda, dell’estetica, della cura e della maternità, mentre per i bambini sono onnipresenti la sfida, la velocità e la forza.


Per quanto riguarda il mondo ludico femminile, anche quando sono proposti articoli che intendono uscire dagli schemi di genere, questo viene fatto con un’ottica che resta pur sempre ancorata alla distinzione tra maschile e femminile: ci si preoccupa di sottolineare l’importanza dell’estetica anche in immaginarie situazioni di battaglie, ad esempio mettendo in risalto le caratteristiche “fashion” di una pistola, piuttosto che di una balestra. I giocattoli sono quasi sempre incentrati sulle sfere della domesticità e della passività, ma anche della cooperazione. C’è una forte connotazione magica e l’idea del “sogno che diventa realtà” (presente nelle classiche fiabe Disney con la principessa che aspetta il suo principe come obiettivo di massima felicità e realizzazione nella vita). Quasi totalmente assente invece la dimensione della competizione, quasi mai riscontrata la presenza di nemici da combattere, di sfida e di battaglia in cui dimostrare le proprie abilità e, se anche un momento critico dovesse presentarsi, si ricorrerà all’aiuto della magia o delle amiche. Per il mondo pensato per le bambine l’estetica e la moda sono irrinunciabili.


I giocattoli dedicati ai maschi sono essenzialmente supereroi e nemici contro cui battersi, veicoli e armi. I bambini vengono “addestrati” già da piccoli, attraverso i giocattoli, al confronto e alla necessità di dimostrare le proprie capacità in situazioni critiche senza dover necessariamente far capo a un amico o all’aiuto della magia, ma contando solo sulle proprie abilità. L’universo ludico maschile esce dagli spazi interni e domestici per ambientarsi in uno spericolato traffico stradale, in un ostile deserto, una feroce giungla o nello spazio. Il tutto in un universo ludico ricco di parole incentrate sulla dinamicità e la competizione.


Interessante vedere come i campi lessicali che ricorrono nelle descrizioni dei giocattoli pensati per un genere siano quasi completamente assenti da quelle dei giocattoli che si rivolgono all’altro genere.


Fortunatamente c’è una tipologia di giocattoli che si salva da questa categorizzazione: i giochi di società. Esistono alcune versioni un po’ più rosa o un po’ più azzurre, solitamente quando prendono spunto dai cartoni animati, ma generalmente questi giochi che si rivolgono all’intera famiglia (e probabilmente proprio grazie a questo) riescono a restare neutrali.
Facendo un giro con occhio un po’ critico tra gli scaffali dei principali rivenditori di giocattoli si nota comunque un certo tentativo di cambiare: alcune confezioni di giochi simbolici e di imitazione legati alla sfera domestica hanno immagini sia di bambine sia di bambini, persistono però anche gli stereotipi: il bambino sulla scatola delle costruzioni e dei veicoli, mentre alla bambina lo stesso marchio dedica la macchina del caffè; ferri e assi da stiro invece solo con fotografie di bambine, così come tutte le confezioni contenenti bambole.


Alle bambine, anche molto piccole, vengono offerti set di giochi creativi improntati sull’apparire e la frivolezza a un livello a dir poco inquietante: passino i braccialetti e le classiche perline da infilare per fare le collane (che magari piacerebbero anche ai maschi se non fossero in un reparto denominato “Girly” e quasi esclusivamente nelle tonalità del rosa), ma kit da “make up artist” con i quali truccarsi davvero, valigette del trucco così accessoriate che nemmeno le mamme a volte hanno cotanta scelta (non vogliamo sapere quali e quante sostanze nocive contengano), set per pitturare le unghie, altri per creare gioielli di ogni tipo. Per non parlare dei giochi “scientifici”, quelli con i quali si fanno gli esperimenti: scatole neutre o con foto di maschi dedicate all’elettricità, le leggi della fisica, le impronte digitali, il microscopio, le ossa dei dinosauri… Poi le versioni con logo rosa/viola per creare lucidalabbra, profumi e cosmetici, “la mia prima beauty farm”, saponi e bombe frizzanti per il bagno.


Insomma, se da un lato c’è un tentativo di cambiare le cose, alle bambine si rimanda ancora un’immagine alla quale aderire fortemente legata allo stereotipo che se sei femmina ciò che conta innanzitutto è che tu sia bella. Stereotipo rinforzato anche dalla linea di Barbie “You can be anything” che con una versione di Barbie più grassa del solito presenta la bambola nelle vesti di varie professioni, mentre la classica Barbie magra non ha bisogno di essere intelligente o in carriera, lei è già bella e sposerà Ken.


Anche ai bambini non va tanto meglio: se a loro non si chiede di essere belli, devono però essere veloci, performanti e in grado di sconfiggere il nemico anche da soli. Lotta, spara e vai veloce bambino caro, se non ci riesci poco male, puoi sempre diventare un genio.

Pubblicato

Martedì 17 Dicembre 2019

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