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Donne nel sindacato

Ancora poche nelle posizioni di vertice

di

Veronica Galster

A fine 2018, per la prima volta nella sua storia, l’Uss ha raggiunto (e leggermente superato) la quota del 30 per cento di donne tra i suoi affiliati. La presenza femminile nei sindacati in generale oggi è maggiore, anche se c’è ancora margine di miglioramento, ma fino a qualche decennio fa era molto bassa, e addirittura nulla a livello di segretari e dirigenti, come testimonia un documento dell’Uss del 1959.

 

Nel 2019 il fatto che la quota di donne in seno all’Unione sindacale svizzera abbia superato di poco il 30 per cento fa ancora notizia, se poi si pensa che sono più di sessant’anni che si sta cercando di promuovere la presenza femminile nei sindacati, ci si rende conto che la strada per raggiungere un’equa rappresentanza tra lavoratrici e lavoratori è stata lunga anche in seno ai sindacati, come per tutti gli altri ambiti riguardanti i diritti delle donne e la parità tra i generi, e che c’è ancora parecchio da fare.


La situazione è certamente migliorata rispetto a quanto descritto nella Rivista sindacale svizzera (mensile dell’Uss) nel 1959, dove si parlava di 44.600 donne, ovvero l’11 per cento degli effettivi globali. Allora la colpa veniva in gran parte imputata alla mentalità conservatrice della popolazione svizzera verso le problematiche cui erano confrontate le donne, e a ridosso della votazione che negò il suffragio femminile a livello federale, il Comitato sindacale dell’Uss decise di costituire una Commissione femminile sindacale per potenziare il ruolo delle donne al suo interno.


All’epoca, nessuna delle federazioni sindacali appartenenti all’Uss aveva segretarie sindacali, fatta eccezione per la Federazione svizzera dei lavoratori del commercio, dei trasporti e dell’alimentazione (Fcta), i cui statuti contenevano già delle direttive relative all’azione sindacale tra le donne. Qualcosa però cominciava a muoversi, ad esempio la Società svizzera dei funzionari postali aveva creato una Commissione centrale del personale femminile, che era estremamente attiva e anche altre piccole sotto-federazioni di mestieri a forte presenza femminile seguirono l’esempio. Ci si rendeva infatti sempre più conto della necessità di aumentare il numero di donne sindacalizzate, così come di istituire dei gruppi che le rappresentassero e portassero avanti la difesa dei loro interessi specifici di lavoratrici.


In generale, considerando il movimento sindacale svizzero nel suo insieme, non c’era una vera e propria attività sistematica in favore delle donne e l’azione sindacale in ambito femminile si limitava a qualche militante. Nemmeno l’Uss aveva un segretariato femminile e le donne sindacalizzate non erano rappresentate nei diversi organi. Ciò nonostante, il lavoro di alcuni singoli funzionari sensibili alla questione e di alcune federazioni, spinse le autorità federali a chinarsi sul principio della parità salariale già allora.


Riguardo alla difficoltà di raggiungere le donne da parte dei sindacati, l’Uss dava la colpa, oltre che alla mentalità conservatrice, alla struttura decentralizzata dell’economia elvetica, che rendeva difficile il lavoro di reclutamento, soprattutto nelle zone rurali. Inoltre, la presenza di molte operaie straniere, per la maggior parte poco inclini a sindacalizzarsi, sembrava accentuare il problema. L’indifferenza di una parte delle lavoratrici verso i sindacati, veniva poi spiegata anche con il fatto che non avendo diritto di voto, una parte delle donne non si sentissero cittadine a pieno titolo e questo portava una certa sfiducia nel reale potenziale di cambiamento, perché tanto erano gli uomini a decidere.


Tornando ai giorni nostri, la situazione è cambiata e si sta andando verso una sempre maggiore presenza femminile all’interno dei sindacati. Per quanto riguarda l’Uss, prendendo in esame il periodo 2007-2018, le donne affiliate sono aumentate passando dal 29,7% del totale al 30,6%. Inoltre, se in termini di numeri effettivi c’è una certa oscillazione negli ultimi cinque anni presi in esame, la percentuale di donne sul totale è in costante crescita.


Una tendenza seguita anche da Unia, nata nel 2004 dalla fusione di altri sindacati e che al momento della sua creazione contava un 18% di affiliate. Nelle organizzazioni fondatrici, tale presenza variava a seconda del settore professionale di cui si occupavano: nel sindacato edilizia e industria (Sei) ad esempio, le donne non erano molto presenti e rappresentavano uno scarso 3 per cento. Anche la Federazione svizzera dei lavoratori metallurgici e orologiai (Flmo) era un sindacato a forte presenza maschile, nonostante nel settore orologiero ci fossero molte donne, e aveva una presenza di affiliate attorno all’11%. Diversa la situazione in seno all’Fcta, che come visto poc’anzi lavorava da decenni ad accrescere la presenza femminile al suo interno e raggiungeva il 25% di donne affiliate al momento di confluire in Unia. Il sindacato dei servizi Unia, nato nel 1996, organizzava soprattutto il personale del commercio al dettaglio e del ramo alberghiero e aveva invece oltre il 50% di donne tra i suoi iscritti, questo in parte a causa della forte presenza femminile nei settori professionali di cui si occupava, ma anche grazie al fatto che al momento della sua creazione c’era già una forte consapevolezza dell’importanza di sindacalizzare le lavoratrici.
A ottobre 2004 quindi, tutti questi sindacati confluirono in Unia che, fin da subito, aveva tra gli obiettivi dichiarati quello di accrescere la presenza femminile. Soprattutto grazie alle scelte quotidiane di politica sindacale, che mirano ad una maggiore centralità delle condizioni di lavoro femminili, dopo dieci anni di esistenza la percentuale di affiliate si attestava al 26% nel 2017. Con l’aumento delle donne nel mondo del lavoro, cresce anche la necessità di regolamentare le condizioni di lavoro femminili perché, i sindacati ne sono coscienti, in un periodo nel quale le condizioni di lavoro diventano sempre più precarie, le donne sono le prime vittime di questo degrado.


E fin qui abbiamo analizzato la presenza femminile a livello di affiliazione ai sindacati, ma a che punto siamo in termini di segretarie sindacali e quadri? Se alla fine degli anni ’50 le donne erano completamente assenti da questi ruoli, oggi sicuramente abbiamo fatto passi avanti e possiamo contare molte donne che occupano anche funzioni di responsabilità all’interno dei vari sindacati e diverse presidenti donne, anche se sempre in misura minore rispetto agli uomini.


Tra le figure femminili di spicco nel mondo sindacale possiamo certamente citare Christiane Brunner, che nel 1991 guidò il primo sciopero nazionale delle donne all’interno dell’allora Flmo, del quale divenne poi presidente nel 1992 e che, con Vasco Pedrina, guidò l’Uss dal 1994 al 1998.


In Unia quasi la metà donne
Dal canto suo Unia, che vanta una buona presenza di donne e che vede alla sua testa una presidente, Vania Alleva, è passata dal 34% di donne tra i segretari sindacali (quadri compresi) nel 2005, al 48% nel 2017. Questo anche grazie all’introduzione di una quota rosa minima del 33% nella composizione degli organi direttivi, obiettivo raggiunto se si guarda all’organizzazione nel suo insieme, ma non se si considerano le varie regioni singolarmente. Inoltre, a livello di organico, Unia conta oltre la metà di dipendenti donne.


Quindi, in sintesi, certamente la presenza di donne sindacalizzate, militanti, sindacaliste e con funzioni direttive è aumentata in questi ultimi sessant’anni in buona parte dei sindacati, ma c’è ancora del lavoro da fare, soprattutto ai vertici, dove per la maggior parte sono ancora gli uomini ad occupare i posti dirigenziali.

Pubblicato

Giovedì 9 Maggio 2019

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