L'altra economia

La chiamano economia collaborativa e sta letteralmente prendendo in mano il pianeta. È un modello ibrido di mercato, dove non c’è solo chi vende e chi offre, chi paga e chi incassa. I confini si fanno piuttosto labili e seppure i soliti furboni sfruttino la moda per fare grassi profitti, la “sharing economy”, l’economia della condivisione, fa bene al portafogli e talvolta anche all’ambiente.

In una manciata d’anni il fenomeno si è fatto epidemico e mentre gli accademici si accapigliano su come la si debba chiamare, l’altra economia è diventata nostro pane quotidiano. La crisi finanziaria globale del 2008 avrebbe dato l’impulso decisivo, laddove internet ha reso l’arte antica del baratto e della collaborazione fra pari una pratica di massa. Così è diventato normale andare in vacanza a casa di uno sconosciuto, che nel frattempo abiterà nel tuo appartamento. I mercati delle pulci da bizzarria per appassionati sono diventati una risorsa per shopping di qualità a buon mercato. La colletta? Oggi si dice crowdfunding. A Berna, poi, è appena nato l’ennesimo progetto a misura di scambio. Si chiama “LeihBar”, il bar delle cose in prestito e secondo il Konsumentenschutz che l’ha lanciato si tratta in pratica di una “biblioteca degli oggetti”. La macchina per fare il gelato, una slitta, la tenda da campeggio: quante volte in un anno te ne serve una? Invece di acquistare un oggetto che languirà in cantina, te lo fai prestare. L’abbonamento annuale costa 60 franchi, 48 per chi ha un reddito basso, e sul sito www.leihbar.ch sono elencati gli oggetti disponibili.


Altri progetti puntano chiaramente a combattere l’obsolescenza programmata, quella perversione contemporanea in base alla quale puoi star certo che compri oggi e butti domani. Nella Svizzera italiana si chiamano “caffè riparazione”, traduzione un poco pigra dall’inglese “repair café”. La prima a lanciarne uno è stata nel 2009 l’olandese Martine Postma, oggi la sua idea geniale è in tutto il mondo, 98 località solo in Svizzera. La stampante fa le bizze, la lampada dà di matto, il ferro da stiro si ostina a morire? Invece di portarli in discarica e comprarne di nuovi che fatalmente dovrai buttare dopo poco tempo, vale la pena provare a farli riparare da uno come te, ma più bravo a metterci le mani.

 

In Ticino la prima volta è stata a Mendrisio e al grido di battaglia “Bando allo spreco” l’Associazione consumatrici e consumatori della Svizzera italiana offre sul suo sito l’elenco degli eventi nel cantone, compreso il servizio “scambio dell’usato”: http://acsi.ch/riuso-e-riciclo. L’aria del tempo fa venire nuove idee ad imprenditori visionari. Sempre in casa nostra abbiamo per esempio una startup nata nel Dipartimento tecnologie innovative della Supsi. Si chiama Jumparu, la dirige il 24enne Fiorenzo Comini e promette di fare strada. Hai un oggetto da recapitare? Invece di usare la Posta, o altri servizi di consegna, per una cifra modesta lo puoi mettere in mano ad una persona che si debba recare proprio in quella località. Se viaggi spesso per il Paese, puoi iscriverti al sito www.jumparu.ch e diventare a tua volta un corriere occasionale, guadagnando anche qualche soldino.

 

Come sempre gli americani lo fanno meglio: affittare un vestito da sera, farsi prestare il cane, usare la connessione wireless altrui, fino a vere banche del tempo e sportelli per i più disparati lavoretti di casa e d’ufficio. Una lista non esaustiva la potete consultare in questo articolo in inglese, ne contiene cento da cui prendere ispirazione https://tinyurl.com/y8jfz3x2. Col nostro rinnovato desiderio di spartire e riciclare, ovviamente, il capitalismo ci va a nozze. Evgeny Morozov, mente fina e critica dei giorni nostri, da sempre bastona quello che chiama “tecnopopulismo” e le sue illusioni: «La condivisione di case, biciclette e appartamenti è esplosa grazie a enormi iniezioni di denaro, spesso di capitalisti di ventura», ha tuonato di recente dalle colonne di The Guardian. Nella categoria rientra senza dubbio Airbnb, startup californiana che in una manciata di anni è diventata un colosso mondiale che offre alternative meno impersonali e costose di una stanza d’albergo. Grazie alla piattaforma online, Airbnb fa incontrare chi offre e chi cerca ospitalità. Siano viaggi di lavoro o piacere, è innegabile che in generale si spenda meno e si facciano buone esperienze. L’azienda intanto fa incassi a molti zeri, non solo con le percentuali che prende sia dall’ospite che dal padrone di casa, ma soprattutto perché chi prenota paga immediatamente, mentre a chi accoglie il denaro arriva sul conto dopo il primo pernottamento: un capitale enorme resta dunque a disposizione di Airbnb, che più che una piattaforma di condivisione si potrebbe a buon diritto chiamare banca. Sfruttano l’onda, d’altronde, cooperative e imprese di ogni sorta.

 

Quello che chiamiamo car sharing, per esempio, è vero che sulla carta è meno caro e impegnativo che possedere un’automobile, eppure gratuito non è, anche in Svizzera l’abbonamento a Mobility ha un prezzo sostenibile, eppure se usi spesso le loro auto diventa un salasso. Idem i servizi di prestito biciclette, che si stanno diffondendo in tutte le città del Nord del pianeta: comode, per carità, ma hanno tariffe spesso impegnative e non si tratta di condividere un bene, quanto di affittarne uno, invece di acquistarlo. La nuova economia riesce curiosamente a preoccupare sia i capitalisti che gli anticapitalisti, eppure secondo l’accademia propone comunque un altro modo di lavorare, che va d’accordo con la crescente precarizzazione.

 

L’esempio è Uber, altra azienda dal fatturato miliardario: cavalca la sharing economy eppure dà una possibilità di impiego saltuario – e al cliente costa in genere meno di una corsa in taxi. Anche in Svizzera sono ormai molte decine le piccole e medie aziende che si sono buttate nell’avventura, alcune le trovate sul sito di una organizzazione ad hoc. Sharecon.ch lo dice a chiare lettere “non fatevi ingannare dalle parole, non si tratta di altruismo. Le persone puntano a scambiare beni e servizi in maniera più semplice, più veloce e senza troppa fatica: si tratta di una manifestazione moderna del mercato”.

Pubblicato il 

20.12.18..
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