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La testimonianza

A rischio ma costretta a lavorare

«Ho paura per la salute ma non ho alternative», racconta una terapista immunodepressa

di

Veronica Galster

A causa della pandemia c’è chi ha dovuto smettere di lavorare anche se avrebbe voluto continuare, ma ci sono anche molte persone che hanno dovuto rimettersi al lavoro anche se avrebbero voluto restare a casa e proteggere la propria salute. Una di queste è Gianna*, psicologa, terapista a domicilio per bambini e immunodepressa. Lei ha dovuto scegliere: rischiare di ammalarsi con un decorso problematico, ma mantenere i clienti e quindi il salario oppure proteggere la sua incolumità e rischiare di perdere il lavoro? Ecco la sua storia.

 

Fino al 2017 Gianna viveva in Germania dove ha conseguito un dottorato in neuroscienze e lavorava nel campo della ricerca, poi per amore, si è trasferita in Svizzera, a Zurigo, dove ha trovato un lavoro come terapista a domicilio attraverso una fondazione, ma come lavoratrice indipendente: «La fondazione fissa i parametri d’impiego, ma fa solo da tramite, il contratto è stipulato con le famiglie e sono queste a versare i salari». Salario che il primo anno era di 25 franchi lordi all’ora e il rimborso delle spese di viaggio per recarsi al lavoro, ma non prevedeva indennizzi in caso di malattia o vacanze. «Sono rimasta un po’ stupita che in Svizzera ci fossero salari così bassi e condizioni così precarie. Io soffro di una malattia cronica, il morbo di Crohn, che in quel periodo mi debilitava fortemente, ma con il tipo di contratto che avevo e non arrivando a più di 2.000 franchi al mese non potevo permettermi di non recarmi al lavoro, nemmeno quando non stavo bene», spiega.


Altro aspetto problematico per la nostra interlocutrice erano i lunghi spostamenti con i mezzi pubblici per recarsi al lavoro che, nelle sue condizioni di salute, risultavano problematici anche a livello pratico. «Ogni giorno passavo cinque ore sui mezzi pubblici per andare a lavorare, riuscivo quindi a fare al massimo altre cinque o sei ore di terapia, ma ne passavo in totale più di dieci fuori casa». Per Gianna stare così tante ore lontano da casa può diventare problematico, nella misura in cui la sua malattia fa sì che abbia spesso bisogno di andare in bagno con urgenza (fino a 20 volte al giorno) e sui mezzi pubblici questo può risultare problematico o quantomeno poco confortevole: «Sono stata costretta ad andare al lavoro indossando il pannolino e con un cambio, spesso ho avuto incidenti sgradevoli, ma non avevo scelta». Se per i lunghi tragitti c’è stato poco da fare, perlomeno dopo qualche discussione con la Fondazione e grazie al fatto che erano in diverse terapiste a chiederlo, Gianna si è vista riconoscere un aumento del salario a 30 franchi lordi all’ora (35 in alcune famiglie).


Sul fronte malattia invece niente: «Il mio problema di salute richiede un’immunodepressione, perciò stando a stretto contatto con i bambini durante le terapie, potrebbe capitare facilmente di essere contagiata e di ammalarmi, ma a meno che non stia proprio malissimo, di solito vado comunque a lavorare, altrimenti perderei ore preziose e il salario, già misero, si ridurrebbe ulteriormente», ci spiega. Diversa la situazione ora con questo pericoloso e contagiosissimo Covid-19 in circolazione: l’alto rischio di contagio resta, ma le conseguenze per lei potrebbero andare ben oltre un po’ di febbre e tosse: «Essendo immunodepressa ho smesso di lavorare appena le autorità hanno decretato lo stop per le categorie di persone a rischio e ho avuto diritto a un indennizzo di 400 franchi per il mese di marzo e di 800 per aprile, ma adesso devo tornare al lavoro, altrimenti rischierei di restare senza salario per i prossimi mesi. Inoltre proprio ad aprile avrei dovuto iniziare a lavorare tramite un’altra fondazione e presso nuove famiglie, con un contratto migliore su alcuni punti e un tragitto più breve, ma se non inizio perderò i clienti».


Il nuovo contratto prevede un salario di 28 franchi all’ora netti e prende in conto anche malattia e vacanze, ma al contrario di prima le spese di trasporto non sono riconosciute. Gianna ha deciso che rischierà la salute: ha bisogno di quei soldi, anche perché sta uscendo da una vicenda personale complicata e per riuscire a farcela con le sue gambe l’indipendenza finanziaria è fondamentale: «Proprio per le difficoltà economiche mi sono trovata a dover gestire situazioni personali difficili, non sapevo come tutelarmi e mi sono sentita molto sola con tante cose da gestire in un nuovo Paese». Finalmente Gianna è riuscita a uscire da questa situazione, ma si ritrova a doverne affrontare un’altra: il rischio di contagio. «Cercherò di proteggermi al massimo, anche se il materiale di protezione sarà a mio carico. Nel mio lavoro il contatto diretto con i bambini è impossibile da evitare e lavorando a domicilio entro inevitabilmente in contatto anche con il resto della famiglia, per non parlare delle ore che dovrò passare sui mezzi pubblici. Ho paura per la salute, ma devo farlo se voglio continuare ad avere un lavoro, non vedo alternative. È avvilente che una persona con laurea in psicologia con lode, un dottorato di ricerca in neuroscienze, un anno di tirocinio postlaurea, in formazione per la terapia comportamentale, che ha vinto quattro borse di studio per la Germania, non sia pagata neanche il necessario per sopravvivere indipendentemente», conclude.

Pubblicato

Venerdì 8 Maggio 2020

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